Distretto Scolastico di Salerno-S.Mango Piemonte

Associazione Coordinamento Solidarietà e Cooperazione

 

Il rapporto insegnante - studente:

una relazione educativa

RELATORE    dott. Alberto DAZZI

formatore del Centro psicopedagogico per la pace di Piacenza

Atti del Convegno

per  docenti della Scuola secondaria di I e II grado

del Distretto Scolastico di Salerno - S.Mango Piemonte

 

  Salerno,2-3-4 maggio 1994

Istituto Tecnico Femminile "S.Caterina da Siena" 

 

Delibera consiliare del Distretto Scolastico di Salerno-S.Mango Piemonte n.128 del 23.3.1994

Autorizzazione Ministero P.I. n31375/JR del 29.4.1994

 

Giorno 2 maggio

  Il Convegno è stato introdotto da un intervento della Preside dell’Istituto Tecnico Femminile, prof.ssa Piselli e dal Segretario del 50° Distretto Scolastico Salerno-S.Mango, il quale ha comunicato che nel corso dei lavori del Convegno sarebbe intervenuta la Presidente stessa del Distretto.

Il dott. Alberto Dazzi, relatore generale, ha innanzitutto presentato per grandi linee i contenuti del Convegno e lo svolgimento prevedibile dello stesso attraverso le tre giornate di lavoro. Ha poi chiesto ai convegnisti di fare una brevissima presentazione di sé e dopo di riunirsi separatamente, a gruppi di 4-5, per individuare le aspettative dei singoli da presentare in assemblea.

Dopo una breve esposizione dei lavori dei gruppi, il dott .Dazzi ha svolto la sua prima relazione su La relazione educativa alunno - docente”.

 

La relazione educativa alunno - docente

Che cosa rende diverso l’insegnamento che funziona da quello che fallisce e l’insegnamento che procura soddisfazione da quello che invece provoca solo stress?

La tesi esposta in questo Convegno è che ci sia un fattore che influisce in maniera rilevante, cioè il grado di capacità dell’insegnante nello stabilire un determinato rapporto con gli studenti e tra gli studenti.

Troppo spesso nella scuola si è portati a trascurare gli aspetti emotivi del processo di sviluppo dell’allievo, sottovalutando che in ogni situazione di apprendimento c’è un'osmosi fra sfera affettiva e sfera cognitiva.

Importanza fondamentale ha quindi l’educazione affettiva che, avviando l’individuo ad avere una positiva immagine di sé e facilitando l’instaurarsi di rapporti interpersonali gratificanti, costituisce un efficace mezzo di formazione di persone psichicamente sane.

A tal fine Thomas Gordon ha elaborato varie tecniche di intervento, proponendo agli educatori metodologie ispirate all’approccio umanistico/relazionale di Carl Rogers e di Abraham H.Maslow. Quest’ultimo ha dedicato i suoi studi all'elaborazione di una “psicologia della salute” che, partendo dall’osservazione di individui sani e pienamente realizzati, suggerisce il modo per sviluppare gli aspetti positivi della personalità; per Maslow la natura umana è buona e buoni sono i bisogni fondamentali, i sentimenti, le capacità dell’uomo. Il male è la reazione alla frustrazione delle esigenze positive verso la realizzazione.

Questa concezione ottimistica dell’uomo è particolarmente interessante per le implicazioni educative che ne derivano:

-         approccio al bambino “in positivo”

-         facilitazione dello sviluppo della “natura buona”

-         attività scolastiche svolte in un clima di fiducia e libertà

Un aspetto fondamentale della teoria umanistica è la gratificazione dei bisogni che sono organizzati gerarchicamente secondo un criterio di priorità o di forza e che si possono cosi schematizzare:

-         bisogni  fisiologici

-         bisogno di sicurezza

-         bisogno di appartenenza

-         bisogno di stima (autostima e stima da parte degli altri)

-         bisogno di autorealizzazione

-         bisogni cognitivi

-         bisogni estetici

Solo la gratificazione dei primi permette l’emergere degli altri; i bisogni più prepotenti sono quelli fisiologici: un individuo affamato cercherà soprattutto i mezzi di sopravvivenza e non avrà alcun interesse per il proprio sviluppo personale o per problematiche sociali. Gratificati i bisogni fisiologici, emergono i bisogni di sicurezza, poi il sentimento di appartenenza (famiglia, amici, quartiere, squadra sportiva,… hanno una importanza che spesso viene sottovalutata).

Ulteriormente sorge il bisogno di autorealizzazione, vale a dire il bisogno di sviluppare tutte le proprie potenzialità, di divenire ciò che si vuol essere.

Ultimi nella gerarchia troviamo i bisogni cognitivi ed i bisogni estetici che, se frustati , portano a determinate patologie (stress, apatia,...) che si riscontrano in persone costrette ad un lavoro di routine o banale.

In sintesi, la soddisfazione dei bisogni rappresenta il fine primario di tutta l’attività educativa per una crescita equilibrata dell’essere umano. Crescita che avviene nella famiglia, nella scuola, nella società. Ma i genitori - e soprattutto gli insegnanti- in che relazione devono porsi con il bambino per aiutarlo a crescere “sano”?

Una risposta a questo interrogativo ci viene da Rogers che pone al centro di tutto il processo educativo la relazione fra insegnante e allievo.

E’ di fondamentale importanza puntualizzare che insegnare ed imparare sono due funzioni completamente diverse, due processi distinti: il processo di insegnamento procede dall’interno verso l’esterno, mentre quello di apprendimento va dall’esterno verso l’interno della persona. Affinché i processi insegnamento-apprendimento risultino davvero attivi, è necessario che si crei una connessione, un collegamento tra insegnante e studente.

Questa tesi si esprime in una pedadogia che considera l’educazione come un processo essenzialmente autogestito; l’alunno si apre all’interazione con gli insegnanti ed i compagni, soprattutto quando sente garantita e rispettata la sua personale modalità di crescita e di autorealizzazione.

La condizione educativa ideale è allora quella in cui congruenza, rispetto ed empatia facilitano il conseguimento di quel livello di autoconsapevolezza che permette all’alunno di cogliere dall’interno il suo processo formativo.

La congruenza è una condizione indispensabile per raggiungere un buon rapporto con gli allievi; significa essere se stessi, esprimere i propri sentimenti, positivi e negativi, non recitare un ruolo.

Ugualmente importante è il rispetto dell’allievo, per ciò che pensa, sente o dice e la fiducia nelle sue potenzialità.

Altro elemento fondamentale è la comprensione empatica, la capacità di capire che cosa pensa lo studente, immedesimarsi in lui, senza peraltro valutare o giudicare emozioni e sentimenti. Troppo spesso genitori ed insegnanti- inconsapevolmente - finiscono con il favorire la dipendenza, invece dell’autonomia e con il controllare ogni azione invece di sollecitare l’iniziativa individuale.

Partendo dall’assunto che è indispensabile cambiare se stessi, per poter aiutare gli altri a cambiare, ogni insegnante che voglia porsi come “facilitatore” dell’apprendimento dovrà interiorizzare tali abilità, stabilendo con gli allievi un clima di fiducia e facendo sentir loro che egli stesso è un membro del gruppo classe, che mette a disposizione la propria esperienza e le proprie conoscenze .

Vi sono alcune condizioni fondamentali che possono osservarsi quando in una scuola si sviluppa un sistema di istruzione centrato sulla persona.

Precondizione: un educatore sufficientemente sicuro di se stesso e del suo rapporto con gli altri, da sperimentare una fondamentale fiducia nella capacità degli altri di pensare da sè e di apprendere da sè. L’esistenza di questa precondizione rende possibile gli aspetti seguenti:

Il facilitatore divide con gli altri la responsabilità del processo di istruzione. La pianificazione del programma, la modalità di operare e la scelta della linea di condotta sono tutte responsabilità del gruppo interessato.

L’agevolatore fornisce i mezzi di istruzione, se stesso e la sua esperienza. Apre le porte anche a risorse esterne all’esperienza del gruppo.

Lo studente sviluppa il suo programma di istruzione da solo o in collaborazione con gli altri.Esplorando i suoi interessi e trovandosi di fronte a molteplici opportunità, egli sceglie in base alla sua inclinazione personale e si assume la responsabilità per le conseguenze di tali scelte.

Si instaura un clima di apprendimento agevolativo. Nella classe appare chiaramente un’atmosfera di realtà, di interesse e di attenta comprensione.Inizialmente questo clima può derivare dalla persona percepita come leader ; man mano che va avanti il processo di apprendimento, sempre più spesso gli stessi allievi diventano reciprocamente agevolanti.

La disciplina necessaria al conseguimento delle mete dello studente è un’autodisciplina ed è riconosciuta ed accettata dall’allievo come sua responsabilità personale.

La valutazione del grado di istruzione raggiunto è data essenzialmente dall'allievo stesso, anche se la sua autovalutazione può essere influenzata ed arricchita da un feedback di interesse da parte del gruppo e del facilitatore.

In questo clima favorevole alla crescita l’apprendimento è più profondo, procede più rapidamente e si estende nella vita e nel comportamento dello studente. Ciò avviene perché la direzione è autoscelta, l’istruzione è autoistituita e nel processo è investita l’intera persona.

 

Dopo la relazione si è svolta un’ampia discussione alla quale sono intervenuti i convegnisti per chiedere delucidazioni su alcuni problemi presentati nel corso della prima  relazione, in particolare sulla necessita’ di una preparazione specifica dei docenti alle abilita’ relazionali, che appaiono invece condizionate da modelli di riferimento obsoleti e da aspetti caratteriali ignoti, che determinano un rapporto spesso inefficace con gli studenti. 

Gli interventi hanno confermato le indicazioni generali della relazione: gli insegnanti, pur desiderando che ogni alunno sviluppi al massimo le sue potenzialità, finiscono con il favorirne la dipendenza invece dell'autonomia, la ribellione invece della libertà e della responsabilità, l'esecuzione passiva più che la creatività: la variabile che sfugge loro è la qualità della relazione; a fatica essi colgono gli atteggiamenti, le aspettative più o meno esplicite, le comunicazioni verbali e non, le motivazioni e tutti quei comportamenti che sono alla base dell' apprendimento.

Il dott. Dazzi ha voluto mettere in risalto il bisogno di educare gli educatori e formarli alle competenze relazionali necessarie alle loro attività: questo costituisce un tassello fondamentale se si vuole educare alla pace e alla nonviolenza, se si vogliono vivere i rapporti e ripensarli a partire da se stesso. Egli così ha fatto presente - non solo con riflessioni teoriche - che è necessario, in occasioni come queste, seguire un percorso operativo per sviluppare relazioni interpersonali che facilitino la costruzione e la crescita di una cultura dei rapporti, una cultura di pace.

Giorno 3 maggio

  Prima di procedere allo svolgimento della seconda relazione, il dott. Dazzi ha proposto la costituzione di gruppi di 3-4 persone, con l'intesa che nel gruppo sarebbero state distribuite le funzioni di emittente, ricevente e osservatore, brevemente delineate dallo stesso relatore; in plenaria sono state poi riportate le indicazioni più rilevanti emerse dai singoli gruppi, a cura dell'osservatore.

Utilizzando anche questa esperienza concreta di ascolto, il dott. Dazzi è passato a svolgere la seconda relazione su "L'ascolto attivo" .

L'ascolto attivo

Il rapporto insegnante - studente , per essere buono ed efficace, deve presentare una serie di condizioni facilitanti che possono essere sommariamente indicate nei seguenti punti :

1)accettazione totale, senza condizioni, queste ultime da rendere minime e da conoscere; è importante anche tener presente che accettazione non significa approvazione;

2)comprensione empatica, che significa riuscire a mettersi nei panni dell'altro, in modo che siano rispettate le esigenze dell'altro, e comunque in modo che le esigenze dell'uno non siano rispettate a spese dell'altro;

3)congruenza, che significa franchezza e trasparenza, in modo tale che ciascuno possa essere del tutto leale e sincero verso l'altro;

4)percezione da parte dell' altro, che riceve, dei primi tre aspetti.

Questo modello non deve essere necessariamente realizzato, e interamente, ma è importante che gli insegnanti sappiano che essi potranno essere più efficaci se miglioreranno i loro rapporti con gli studenti, ma soprattutto che sappiano cosa fare. Gli insegnanti infatti dimostrano una sorprendente mancanza di comprensione del rapporto insegnante - studente , il che determina difficoltà nel creare e mantenere rapporti umani produttivi con gli studenti.

Innanzitutto va considerata tutta la possibile gamma dei comportamenti di uno studente, tutto ciò che egli possa dire e fare, frazionata in due parti, una dei comportamenti accettabili ed una di quelli rifiutati. Gli insegnanti hanno infatti posizioni diverse per quel che riguarda ciò che uno studente può dire e fare , che può andare da una pratica accettazione (positiva ) ad un completo rifiuto ( negativa ) con tutti i gradi intermedi.

Proprio lungo questa scala di accettazione / non accettazione dei comportamenti degli studenti, si colloca la categoria degli

insegnanti: da quelli inflessibili”, “tutti d’un pezzo”, che tendono ad essere critici,che pretendono molto dai loro alunni, che posseggono un senso netto del “giusto e sbagliato”, a quelli più accettanti, più flessibili ,più tolleranti, che non hanno bisogno di imporre la loro concezione del giusto e sbagliato.

Gli insegnanti più critici, con il loro atteggiamento che mette in risalto i lati deboli, ottengono il risultato di inibire piuttosto che favorire il cambiamento, ed in genere le reazioni critiche spesso condizionano lo stesso processo di apprendimento. Senza volerlo , gli insegnanti intolleranti di fatto interferiscono con il processo di insegnamento e di apprendimento in classe e riducono anche lo spazio di tempo in cui l’ insegnante può insegnare e lo studente può apprendere.

Anche l’insegnante tollerante può, in certe occasioni, abbassare il suo livello di accettazione, al punto che alcuni atteggiamenti gli divengono inaccettabili. In linea generale, si può dire che questi cambiamenti possono essere determinati da cambiamenti in se stessi, cambiamenti dell’altra persona,  cambiamenti del contesto e dell’ambiente.

Per il primo dei cambiamenti, va detto che come essere umani gli insegnanti reagiscono anche con la loro emotività, e quindi sono influenzati da contingenze, per cui corrono il rischio di essere mutevoli, imprevedibili.

Lo stesso avviene per le diversità di comportamento degli insegnanti verso gli alunni: ognuno reagisce diversamente a persone diverse per motivi vari, sicché gli insegnanti saranno più portati verso alcuni che verso altri.  
Naturalmente anche l’ambiente ed il contesto influenzano l’accettazione dell’insegnante nei confronti degli studenti, proprio perché certi atteggiamenti possono essere valutati in modo diverso a seconda delle circostanze
.

Analizzando questa variabile, si può vedere come la condizione dell’insegnante sia estremamente difficile, visto che egli dovrebbe saper essere imparziale, calmo, impassibile, tollerante e coerente. Per cui può capitare - e non può non capitare - che ci siano comportamenti degli studenti che gli insegnanti non condividano affatto, come può anche registrarsi il caso dell'insegnante che disapprova il comportamento degli alunni quando dentro di sé non lo disapprova.

Nel primo dei casi - che è il più frequente - di fronte ai comportamenti rifiutati l'insegnante ha sentimenti di frustrazione, contrarietà, irritazione: è ovvio che tali comportamenti gli provocano un problema. E per andare avanti egli dovrà risolvere immediatamente i problemi, nel momento in cui si verificano.E' allo stesso modo chiaro che esistono dei problemi che riguardano esclusivamente lo studente, la sua vita, separata dalla vita dell'insegnante e che l'insegnante può conoscere solo se lo studente vuole comunicarglieli, così come vi sono atteggiamenti che non provocano problemi né all'insegnante, né allo studente e che determinano quindi una situazione non problematica.Questa precisazione è importante perché uno dei maggiori ostacoli all'instaurazione di buoni rapporti è l'incapacità di capire questo concetto di "appartenenza" cioè di stabilire di chi è il problema.

L'insegnante deve saper cogliere questa differenza e gli effetti che ne discendono, dal momento che gli studenti, per essere messi in grado di partecipare attivamente al processo di insegnamento-apprendimento, devono riuscire a risolvere la maggior parte dei loro problemi e lasciarne contemporaneamente da parte altri.

 E' decisivo che aumenti la superficie dell'area di insegnamento-apprendimento in modo che gran parte del tempo di scuola sia utilizzato produttivamente e molto tempo non sia invece perso a causa dell'insorgere di rapporti problematici.

Se questa è la condizione ottimale, non è certo quella che annulla i problemi, ma - come si diceva - consente di tenerli da parte, spesso irrisolti ed irrisolvibili.

Si pone quindi con forza l’esigenza che l’insegnante sia in grado di far fronte ai problemi che gli studenti pongono, direttamente - o più spesso indirettamente- attraverso messaggi più o meno chiari. Non si può pensare che i problemi debbano essere lasciati a casa, perché è inevitabile che gli studenti se li portano a scuola , dove interferiscono sovente con il processo di apprendimento, rendendolo certe volte virtualmente impossibile. Così come non è sufficiente che gli insegnanti si rendano conto che gli studenti hanno dei problemi: devono essere piuttosto in grado di affrontare positivamente il problema che essi pongono.

Spesso l’insegnante tende a mandare dei messaggi che involontariamente comunicano allo studente un atteggiamento di rifiuto, con il risultato di bloccare ogni ulteriore comunicazione.

Gordon ha individuato delle barriere alla comunicazione che possono essere classificate in 12 categorie:

1.      Ordinare, comandare, esigere

Questi messaggi comunicano allo studente che i suoi sentimenti, le sue esigenze ed i suoi problemi non rivestono grande importanza; egli si sentirà quindi non capito e non accettato per quello che è, provando risentimento o rabbia.

2.      Avvertire e minacciare

Questi messaggi sono molto simili a quelli che esprimono ordini, comandi ed obblighi, ma le conseguenze, se non si ubbidisce, sono esplicite; fanno capire allo studente che l’insegnante ha poco rispetto per le sue esigenze o per i suoi desideri, facendogli provare paura e sottomissione o, all’opposto, contrapposizione ed ostilità, tanto per vedere se l’insegnante mette in pratica le minacce.

3.      Far la predica, rimproverare, dire cosa si deve e non si deve fare

I messaggi moralistici comunicano agli studenti che l’insegnante non ha fiducia nelle loro capacità, che farebbero bene ad omologarsi al parere degli altri costringendoli, in pratica, a sottostare al potere esercitato da un’altra persona.

4.      Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti

 Tali messaggi sono recepiti come la prova evidente che l’insegnante non ha fiducia nelle capacità dello studente di risolvere i propri problemi, portando l’alunno alla dipendenza ed alla svalutazione delle proprie idee.

5.      Redarguire, ammonire, fare argomentazioni logiche

 Questi atteggiamenti spesso provocano difesa e risentimento dal momento che implicano che lo studente da parte sua sia illogico ed ignorante.

6.      Giudicare, criticare, disapprovare, biasimare

 Questi messaggi, ancora più degli altri, fanno sentire gli studenti inadeguati, inducendoli a nascondere i propri sentimenti, a non correre rischi, a cercare aiuto altrove. La valutazione ricorrente è certamente la peggiore in assoluto: se si è sottoposti a frequenti giudizi negativi, si è portati ad avere pochissima stima di sè.

7. Apprezzare, concordare, dare valutazioni positive Contrariamente a quanto si ritiene, l’apprezzamento non è sempre un beneficio e spesso ha degli effetti notevolmente negativi in quanto possono essere interpretati come tentativi di manipolazione.

8. Definire, spereotipare, ridicolizzare

 In quanto aspetti della valutazione negativa e della critica, hanno gli stessi effetti deleteri sull’opinione di sè.

9. Interpretare, analizzare, diagnosticare

 Questo tipo di psicanalisi dilettantistica può essere frustrante per gli studenti; se l’insegnante ha bene interpretato, l’alunno si sentirà offeso perché le motivazioni del suo agire vengono scoperte, se invece ha sbagliato, egli si sentirà inutilmente umiliato ed incompreso.

10. Rassicurare, mostrare comprensione, consolare, incoraggiare

 Superficialmente, questi messaggi sembrerebbero poter aiutare in qualche modo gli studenti ad affrontare i loro problemi; in realtà tutte le forme di rassicurazione implicano che la persona in crisi stia esagerando e che non veda la realtà delle cose .

11. Fare domande, indagare, mettere in dubbio, controinterrogare

 Molto spesso, sia pure a fin di bene, si sottopone il ragazzo ad un interrogatorio degno di un avvocato, spesso  il risultato è una chiusura difensiva in se stesso.

12. Eludere, distrarre, fare del sarcasmo, fare dello spirito, cambiare argomento

 Distrarre, accantonare le emozioni potrebbero rivelarsi un successo in un primo momento, ma i sentimenti profondi di una persona tendono a riaffiorare fino a che non sono affrontati definitivamente. Gli insegnanti che fanno ricorso a questi atteggiamenti perdono la fiducia dei propri studenti e la possibilità di instaurare un rapporto interpersonale significativo.

Un ragazzo che vive un disagio psico-relazionale e particolarmente sensibile, tutto lo può ferire: ecco perché occorre la massima prudenza per non compromettere il rapporto con lui, per non danneggiarlo. Ciò che in una relazione sana è ammesso, non lo è in una relazione problematica.

I 12 ostacoli alla comunicazione precedentemente elencati esprimono il linguaggio della inaccettazione in quanto comunicano al ragazzo che sbaglia, che è incapace, in poche parole che c’è in lui qualcosa che non va.

Invece l’insegnante deve innanzitutto comprendere e quindi accettare che una persona può essere aiutata dandole ascolto, utilizzando in ciò l’esperienza di psicologi ed analisti che trascorrono gran parte del loro tempo ascoltando. E come psicologi ed analisti, la cosa migliore è quella appunto di restare ad ascoltare la persona turbata, e non comunicargli dei messaggi, o dargli consigli, avvertimenti, comprensione, soluzioni, o fargli delle domande ed esprimere valutazioni e giudizi.

Anche l'ascolto comunque può avvenire in vari modi. C'è l'ascolto passivo, sostanzialmente il silenzio, che è anch'esso un efficace messaggio non verbale che può far sentire l'altro veramente accettato incoraggiandolo a continuare la confidenza.

 Un passo avanti nell'ascolto può essere quello di far pervenire all'altro dei cenni d'attenzione,verbali e non verbali, per indicare l'attenzione che si sta prestando : sono atteggiamenti che si possono estrinsecare nelle forme più diverse, anche in stretta correlazione con la persona che si ha di fronte. Potrebbero essere necessari dei messaggi facilitanti, veri e propri incoraggiamenti, che sono costituiti da domande ed affermazioni che non devono contenere però alcuna considerazione valutativa sul contenuto del colloquio. Tutte queste modalità di ascolto hanno - come si può facilmente vedere - dei limiti, perché riducono notevolmente l'interazione, visto che chi parla sente di essere ascoltato, ma non si rende conto se l'altro lo capisce e se accettato.

 Quello che manca a questi tre sistemi di ascolto, piuttosto passivi, lo si ritrova nel sistema di "ascolto attivo": questo richiede molta più interazione e molte più prove che chi sta ascoltando abbia non solo sentito, ma anche capito.

La comprensione di questo assunto passa attraverso la comprensione innanzitutto della teoria della comunicazione.

L'individuo che vive la propria vita, intrappolato nel proprio corpo, ha bisogno di parlare per comunicare all'esterno ciò che sta accadendo dentro di lui. Questa comunicazione avviene attraverso il processo di codifica, visto che tutti i messaggi verbali sono codici, equivalenti linguistici dei nostri sentimenti, non i sentimenti stessi. I messaggi possono essere chiari ed espliciti, ed allora non pongono problemi, oppure, il più delle volte, essere codificati in modo particolare, correlati ai sentimenti, non chiaramente espressi, e quindi fraintesi. 

L’ascolto attivo consente di non rispondere al messaggio soltanto con l’uso del codice - che significherebbe fraintendere completamente il significato reale del messaggio - quanto piuttosto di ascoltare in modo da capire ciò che l’altro comunica.

Nel caso della relazione insegnante - studente, l’ascolto attivo comporta innanzitutto interazione dell’insegnante con lo studente, che ha anche le prove che l’insegnante lo capisce.

Come avviene l’ascolto attivo?

Innanzitutto bisogna concentrarsi sull’altro: ad uno studente che esprime un suo problema, con l’uso di un processo di codificazione, selezionando alcuni simboli verbali per rappresentare il suo stato interiore, l’insegnante dovrà rispondere avviando un processo di decodificazione, per essere in grado di capire il significato del messaggio inviato dallo studente e trasmettere un messaggio di riformulazione del messaggio ricevuto che indica anche comprensione: il merito decisivo dell'ascolto attivo è proprio questo sentirsi riconosciuto il proprio vissuto; questa fiducia accordatagli dal ricevente allarga la percezione del sé.

Una serie di episodi indica che occorrono atteggiamenti convincenti perché l'ascolto sia attivo:

-         l'insegnante deve avere profonda fiducia nelle capacità degli studenti di risolvere alla fine i propri problemi;

-          l'insegnante deve essere capace di accettare sinceramente i sentimenti espressi dagli studenti;

-          l'insegnante deve capire che i sentimenti sono spesso abbastanza transitori;

-          l'insegnante deve essere disposto ad aiutare gli studenti ed a trovare il tempo per farlo;

-          l'insegnante deve sentirsi partecipe con ogni studente che stia attraversando dei problemi, ma non al punto di immedesimarsi completamente.

-         l’insegnante deve capire che gli studenti raramente riescono a confidarsi e ad andare direttamente al nocciolo del problema, e deve stare attento a rispettare la privacy dello studente.

Questi atteggiamenti possono correttamente racchiudersi nei due termini di attenzione- intenzione, come vere e proprie precondizioni dell’interazione.

 L’utilità di questo ascolto attivo si fa sentire anche ai fini dell’insegnamento-apprendimento, perché piuttosto che una perdita di tempo, esso si rileva un acquisto di tempo da dedicare all’insegnamento-apprendimento. Peraltro gli insegnanti esperti in queste tecniche che favoriscono i processi intellettivi, colgono ed apprezzano il significato del “minimo riflesso valutativo (feedback)”, una delle qualità dell’ascolto attivo, e lo usano regolarmente per migliorare la propria attività di insegnante.

 

Al termine della seconda relazione, si è svolto un laboratorio a coppie, che ha consentito, nella successiva discussione assembleare di approfondire, a partire dal piano esperienziale, i meccanismi che impediscono di autorivelarsi all'altro.

Prima della fine dei lavori della seconda giornata del Convegno, sono intervenuti il Presidente del 50° Distretto Scolastico di Salerno-S.Mango P., l'avvocato Rosa Masullo, accompagnata dall'Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Salerno, prof. Michele Sabino.

La Presidente Masullo - anch'essa Assessore al Comune di Salerno alle Politiche Sociali - ha sottolineato l'importanza fondamentale, ai fini di una riqualificazione professionale al servizio degli insegnanti, di Convegni come questo, organizzato dal Distretto e centrato non solo sull'ascolto di relazioni, ma anche su una partecipazione attiva, coinvolgente emotivante e quindi senz'altro più efficace e produttiva. Ha anticipato che si possa proseguire in questa attività, coinvolgendo altri insegnanti per fornire ulteriori approfondimenti sulle tematiche relative alla relazione educativa, premessa indispensabile per ogni attività di insegnamento-apprendimento.

Il prof. Sabino si è congratulato con i partecipanti tutti al Convegno per la forte motivazione dimostrata e per l'impegno profuso in tre giorni molto intensi di lavoro, senza alcuna ricompensa: oggi è sempre più raro in una classe docente stanca e frustrata trovare tali prove di serietà e di impegno. L'Assessore Sabino ha espresso la sua disponibilità per una collaborazione finalizzata alla realizzazione di altre iniziative del genere con la stessa serietà e la stessa rigorosa metodologia.

 

Giorno 4 maggio

Un'ampia discussione sulla seconda relazione e sulle indicazioni fornite dal lavoro nei due loro laboratori dedicati all’ascolto, ha avviato la terza giornata di lavoro: essa ha messo ulteriormente in risalto gli aspetti centrali della stessa; i convegnisti presenti hanno voluto sottoporre all’attenzione del dott. Dazzi casi specifici, per cui si sono potuti chiarire elementi significativi e degni di particolare attenzione, e validi per tutti i presenti. Particolarmente interessante questo dialogo, che ha consentito di chiarire ancora meglio il contenuto della relazione, proprio per quel che riguarda l’atteggiamento più efficace di ascolto attivo: questa parte ha comunque visto la partecipazione di molti dei presenti, con problematiche che hanno interessato non solo il rapporto insegnante - studente ma anche quello con i genitori, specie nel caso di insegnanti di sostegno.

Il dott. Dazzi ha concluso poi questa discussione, mettendo in risalto come le indicazioni fornite discendano dalla pedagogia della presenza:imparare a stare con se stessi, e con chi è altro da sé, imparare ad ascoltare e ad essere presenti in autenticità, vivere ed esprimere le proprie emozioni per porsi veramente davanti come persona: queste sono le condizioni essenziali per permettere all’altro di essere a sua volta individuo e di vivere insieme una relazione libera e responsabile.

Le intuizioni di Carl Rogers, uno dei maggiori esponenti della psicologia umanistica, sono proprio nel senso della educazione come processo fondamentalmente autogestito, in cui lo scopo primario di un sistema educativo è quello di aiutare l’individuo ad essere se stesso, cioè ad educarsi. Il ruolo dell’educatore diventa allora quello del “facilitatore”: egli crea il clima e le condizioni relazionali che favoriscono il processo di crescita; l’interesse così si centra sulle persone, e non più sulla metodologia e sulla didattica.

L’ultima relazione del convegno, svolta dal Dott. Dazzi, nella seduta pomeridiana del terzo giorno è stata dedicata a “I conflitti e loro soluzioni”.

 

Conflitti e loro soluzioni

Il conflitto è inevitabile nei rapporti interpersonali, e quindi tocca anche il rapporto insegnanti –studenti; è altresì normale che sussistono situazioni in cui i messaggi in prima persona degli insegnanti non siano in grado di modificare il contesto educativo, o i tentativi di modificarlo non abbiamo alcun effetto.

Le situazioni conflittuali si hanno proprio quando questi tentativi falliscono. La condizione è ampiamente generalizzata nel caso degli insegnanti, che trascorrono fin troppo tempo di insegnamento-apprendimento nel tentativo di risolverli, in genere senza risultati duraturi.

Ma innanzitutto occorre chiedersi che cos’è il conflitto, che cosa provoca e in quale maniera tipica gli insegnanti cercano di risolverli, e quali sono i risultati dei metodi utilizzati dalla maggior parte degli insegnanti per risolvere i conflitti.

Il conflitto può essere definito come l’aspetto relazionale necessario su cui costruire le nostre relazioni,ed è alla fine un mezzo per conoscere l’altro ed anche se stesso. Si può dire con Gordon che “conflitto significa scontro e contrasto fra due o più persone quando (a) i loro comportamenti interferiscono con le esigenze degli altri , oppure (b) quando i loro valori sono discordanti”.

La sussistenza di conflitti fra insegnanti e studenti è inevitabile, cosi come è inevitabile che ve ne siano anche fra insegnanti cosiddetti buoni e studenti  cosiddetti buoni, proprio perché i conflitti non sono né buoni né cattivi. Peraltro le cause non sono comunque ascrivibili all'insegnante o agli studenti, giacché i conflitti coinvolgono entrambe le parti, sicché si usa di solito dire che il problema è di entrambi.

L'atteggiamento degli insegnanti per la risoluzione dei conflitti è in genere o quello di vincita e perdita, o - all'opposto - di permissivismo. Proprio questa contrapposizione di atteggiamenti è al centro della questione della disciplina nelle scuole, visto che l'unico comportamento che gli insegnanti ritengono di poter avere è o di rigore o di indulgenza, sulla base del fatto che essi considerano il rapporto insegnante - studenti come un rapporto di potere, con la conseguenza, inevitabile, che gli stessi studenti vedono gli insegnanti addirittura dei nemici cui contrapporsi con ogni mezzo.

I due metodi hanno delle conseguenze fin troppo scontate, a volte, che possono, in somma generalizzazione, far registrare, nel primo, la vittoria dell'insegnante e la sconfitta dello studente, nel secondo esattamente l'inverso, con la vittoria dello studente.

Il metodo autoritario genera, tranne nei casi in cui raggiunge un minimo di efficacia perché legato ad episodi di emergenza, risentimento, ma anche - come reazioni - sottomissione, fuga, aggressività.

Per usare ancora le parole di Gordon, "il perdente è poco motivato ad eseguire ciò che gli è stato imposto per cui si tratta di una sottomissione solo esteriore… Inibisce la crescita in responsabilità ed autonomia, genera dipendenza e mancanza di iniziativa. Produce accondiscendenza e sottomissione soprattutto per mezzo della paura, ed inibisce lo sviluppo di spirito di collaborazione e considerazione per le necessità degli altri".

Il metodo permissivo, a sua volta, proprio per la sua mancanza di regole, di norme cui lo studente possa far riferimento, determina una condizione caotica della classe: gli studenti diventano intrattabili, incontrollabili, indisciplinati, esigenti; pur se con questo metodo si favorisce maggiore creatività e spontaneità negli studenti, è pur vero che l'insegnante paga un prezzo terribile.

Il problema si complica ulteriormente, se si tiene presente che gli insegnanti non usano un atteggiamento univoco, per cui gli studenti sono oltremodo confusi ed obbligati ad una continua revisione, che diventa addirittura impossibile a causa della differenza fra i vari docenti. Ed anzi questo diverso modo di atteggiarsi rispetto agli alunni costituisce un tema centrale nelle riunioni di docenti, i quali occupano molti ore a discutere dell’uniformazione del metodo senza poi prendere alcuna risoluzione.

E' utile comunque ribadire che tutti e due i metodi si basano sul potere per la risoluzione dei conflitti: il potere è strettamente legato nella mente delle persone con l'autorità, sicché molti dei sentimenti e dei comportamenti negativi degli studenti sono meccanismi di difesa contrapposti al potere dell'insegnante. E' importante allora rimuovere le cause, perché si possono risolvere molti problemi. Occorre utilizzare un metodo che vada alla radice del problema piuttosto che trattarne i sintomi: il terzo è un metodo del tutto alternativo per la risoluzione dei conflitti, che si basa su una relazione paritaria, con uno scambio fra le parti, in cui possono anche sussistere dei risentimenti, che, alla fine, vengono superati attraverso una via democratica; le parti collaborano per favorire una soluzione che sia accettabile per entrambe, al punto che nessuna delle due soccombe al potere dell'altra. E' un metodo che viene usato per risolvere conflitti che insorgono anche in altri rapporti, e che è stato addirittura utilizzato per la risoluzione di alcuni conflitti internazionali (i colloqui di Camp David fra palestinesi ed israeliani).

Questo metodo è un processo, piuttosto che un compromesso, in cui le due parti si mettono in contatto per risolvere il motivo del conflitto, lasciando che si esprimano liberamente le esigenze delle due parti, in modo tale che essi si rivelino come persone anche al di là del ruolo ricoperto.

Configurandosi come processo, la soluzione del conflitto richiede varie fasi, ed il metodo in questione è l'unica applicazione del processo di risoluzione in sei fasi proposto da John Dewey:

1)      individuare il problema

2)      proporre le soluzioni dalle due parti

3)      valutare le soluzioni indicate

4)      individuare la soluzione migliore

5)      definire le modalità di attuazione della soluzione

6)      verificare l’esito dell'attuazione della soluzione

La prima fase è quella fondamentale proprio per evitare errori in partenza, che si rifletterebbero in maniera decisiva sulla soluzione del problema: essa deve fare affidamento sull’ascolto attivo, e sul coinvolgimento degli studenti che hanno a che fare con il conflitto; è anche importante esprimere chiaramente le proprie intenzioni con messaggi in prima persona - senza drammatizzare i sentimenti, però - e facendo attenzione ad esprimere il problema e non la soluzione che si desidera. Gli studenti devono essere aiutati ad esprimersi, perché probabilmente anch'essi avranno difficoltà a separare le reali esigenze dalle soluzioni che vogliono.

Una volta individuato il problema, si possono formulare delle soluzioni possibili, stando bene attenti a non fare alcuna valutazione delle soluzioni proposte, anche le più strane e bizzarre, e sollecitando la partecipazione attraverso espressioni che facilitino la formulazione di proposte.

La valutazione delle proposte deve partire facendo affidamento anch'essa sulle espressioni facilitative e ricorrendo molto all’incoraggiamento.

 Momento centrale di questa fase è la documentazione e l’analisi: i partecipanti vanno incoraggiati a difendere le proprie proposte, il che significa spiegare agli altri del gruppo il valore delle affermazioni fatte; è necessario, per questo, non avere fretta, a meno che non vi sia una intesa sulla soluzione.

Il che significherebbe superare la quarta fase e dimostrerebbe che il lavoro effettuato nelle fasi precedenti è stato eseguito attentamente.

Se invece le soluzioni proposte sono diverse, si dovrà discutere su molte soluzioni valide. In questo caso bisognerà comunque evitare votazioni, pur se è necessario che ognuno esprima il proprio punto di vista, anche attraverso la formulazione dello stesso sugli esiti di ciascuna delle soluzioni individuate. È importante cercare di ottenere il maggior consenso, e questo rientra nella sensibilità dell’insegnante, che deve alla fine anche provare che questo consenso è davvero generale, con domande chiare ed univoche.

La fase quinta, in cui viene stabilito in che modo attuare la soluzione prescelta, è centrale per evitare che vi sia un senso di frustrazione per le difficoltà di attuare le decisioni individuate in un processo di soluzione dei conflitti. È perciò importante determinare chi, quando e che cosa si deve fare in vista della soluzione: si tratta di un momento decisivo che non deve essere ambiguo ma espresso attraverso soluzioni chiare, esplicitate nei minimi termini, e se possibile e necessario, individuando addirittura chi è preposto al controllo della concreta attuazione della decisione e dei suoi tempi di esecuzione.

 L’ultima fase è importante ma non sempre necessaria; essa servirà a controllare l’efficacia del metodo, ed è ovvio che un primo criterio di verifica è la scomparsa del conflitto: l’insegnante può convocare i partecipanti in una fase successiva e chiedere se sono ancora soddisfatti della soluzione prescelta oppure se la decisione presa sta effettivamente funzionando o se il problema è stato realmente risolto. Ma è pur decisivo tenere presente che le decisioni prese non devono essere irrevocabili, perché bisogna trovare delle soluzioni che soddisfano le esigenze di tutti; se una soluzione fallisce bisogna annullarla e trovarne un’altra. Cambiano le situazioni ed anche le esigenze, per cui bisogna essere pronti in ogni momento a mettere in discussione le soluzioni individuate e cercarne di migliori.

Un esempio potrà rendere meglio le fasi del processo di risoluzione del problema, le cose fatte bene e quelle eventualmente sbagliate.

 L’insegnante comunica alla classe di avere un problema per il quale ritiene di poter essere aiutato dalla classe. Egli dice:         ”Secondo me c’è troppa confusione e mi vedo costretto a dovervi dire continuamente di stare zitti. Questo non mi piace affatto. Ci sono delle volte in cui ho proprio bisogno che voi stiate in silenzio perché possa insegnare, mentre se parlate devo ripetere continuamente la spiegazione e ricominciare tutto da capo. Mi rendo conto che anche voi avete bisogno di parlare. Vediamo insieme di trovare una soluzione che possa risolvere il mio problema e anche il vostro. Io ne suggerirò alcune e voi suggerirete le vostre proposte. Dopo le scriveremo alla lavagna e ogni proposta sarà accolta senza alcun commento. Più tardi le discuteremo ed elimineremo quelle che non piacciono né a me, né a voi".

Sono state proposte le seguenti alternative e sono state scritte alla lavagna:

1.Cambiare i posti;

2. Punizioni;

3. Parlare quando si vuole;

4.Avere un certo tempo al giorno a disposizione per parlare;

5. Parlare soltanto quando non stanno parlando gli altri;

6.Non parlare affatto;

7.Insegnare a metà classe per volta;

8.Parlare sottovoce;

9. Fare soltanto esercitazioni orali.

L’insegnante interviene di nuovo e propone di cancellare le proposte che non piacciono. Lui propone di cancellare le numero 2, 3 e 9 perché non gli piacciono. Diversi studenti propongono di eliminare le numero 2, la 6 e la 7: rimangono la 1, la 4, la 5 e la 8: la classe discute delle quattro proposte residue e decide che rimangono solo le proposte 4, 5 e 8. L’insegnante a questo punto chiede se ci siano altre idee in aggiunta, dopo di che copia le proposte su un foglio di carta, lo firma e lo fa firmare a tutta la classe. Dice “Questo è quello che si chiama un contratto. E’ un accordo fra insegnante e la classe che tutti sottoscriveremo.

 Ci impegneremo entrambi a rispettare questo contratto”.

 

In questo episodio si può notare come l'insegnante ha esposto il problema esprimendo chiaramente le proprie esigenze usando messaggi in prima persona, che comunque appaiono piuttosto deboli nello specificare esattamente l'effetto tangibile e concreto del chiasso degli studenti. Era anche necessario incoraggiare di più gli studenti ad analizzare il motivo che li spingeva a parlare. Sarebbe stato opportuno, forse, fare qualche domanda che servisse a conoscere i motivi del parlare così spesso in classe; allo stesso modo avrebbe dovuto spiegare i motivi per cui ha deciso di cancellare quelle proposte che non gli piacevano.

 Va anche detto che il processo di risoluzione del problema non è andato oltre la quarta fase, e cioè quella della individuazione della soluzione migliore: l’insegnante avrebbe potuto coinvolgere gli studenti nella quinta fase, facendo alcune osservazioni su come mettere in pratica le decisioni e su cosa fosse possibile fare. Avrebbe potuto proporre alla classe la sesta fase, quella dell’accertamento, chiedendo un'ulteriore discussione per valutare in che modo le decisioni prese stessero funzionando.

La discussione (breve per motivi di tempo) avutasi dopo la terza relazione è stata conclusa dal dott. Dazzi, che, richiamando le indicazioni secondo cui l’apprendimento acquista la forma di un processo che ha molto più a che fare con le modalità di comunicazione che con i suoi contenuti, ha evidenziato che si deve parlare soprattutto di un apprendere ad essere. Le due parti in conflitto sono spinte a creare un clima di collaborazione per una soluzione creativa del conflitto stesso, sì da uscirne entrambe rafforzate: una relazione paritaria, che vada al di la’ sia della logica dell’imposizione che di quella del permissivismo, è una relazione reciproca, in cui i risentimenti- che pur ci sono- sono risolti attraverso una via democratica; il processo consente di mettersi a contatto per superare la conflittualità esprimendo i bisogni delle due parti.

Al termine, il dott. Dazzi e gli organizzatori del Convegno hanno chiesto ai presenti di riempire una scheda statistica e due questionari di valutazione del Corso: da questi questionari è emersa un’alta accettazione dei contenuti delle relazioni ed un notevole interesse a ripetere esperienze del genere, con maggiori approfondimenti relativi anche ad ulteriori aspetti della metodologia introdotta dal dott. Dazzi.   

Sintesi

Il Convegno - svoltosi a Salerno nei giorni dal 2 al 4 Maggio presso l’Istituto Tecnico Femminile “S. Caterina da Siena”- ha avuto come suo tema centrale la relazione educativa nel rapporto insegnante - studente, e si è basato su alcune considerazioni preliminari secondo cui nella scuola sono cambiate molte cose ma con il risultato che la scuola non è cambiata, così come l’esigenza dell’ampliamento del concetto dello “star bene” a scuola non va limitato all’introduzione di nuovi contenuti di insegnamento, ma deve essere volta alla realizzazione delle relazioni tipiche della vita scolastica, con i compagni, i docenti, i genitori. E’ la qualità’ della comunicazione e dei rapporti interpersonali che contribuisce in modo decisivo alla definizione del clima scolastico favorevole alla crescita dei giovani e alla loro maturazione personale.

 La centralità dell’interesse che si sposta dai contenuti e dalle metodologie (comunque indispensabili) alla qualità della relazione, ai processi di comunicazione e interazione, alla capacità dell’insegnante di facilitare gli alunni nella soluzione dei loro problemi, può portare un cambiamento così profondo da rendere possibili risposte efficaci alle attuali esigenze della società.

I docenti, anche se esperti nelle loro discipline e animati di buone intenzioni, non possedendo alcuna competenza specifica alle abilità relazionali e condizionati da modelli di riferimento obsoleti o da propri aspetti caratteriali ignoti, si rapportano spesso in modo inefficace ai ragazzi. Pur desiderando che ogni alunno sviluppi al massimo le sue potenzialità, finiscono col favorirne la dipendenza invece dell’autonomia, la ribellione invece della libertà e responsabilità, l’esecuzione passiva piuttosto che la creatività. La variabile che sfugge loro e la qualità della relazione. A fatica essi colgono gli atteggiamenti, le aspettative più o meno esplicite, le comunicazioni verbali e non, le motivazioni personali e tutti quei comportamenti che sono alla base dell’apprendimento.

 Il Convegno si è cosi’ mosso dalla necessità di educare gli educatori e formarli alle competenze relazionali necessarie alla loro attività; si tratta di un tassello fondamentale se si vuole educare alla pace e alla nonviolenza, se si vogliono vivere i rapporti e ripensarli a partire da se stesso.

Senza proporre riflessioni teoriche, il Dott. Dazzi Alberto – relatore generale al Convegno – ha proposto ai partecipanti un possibile percorso operativo per sviluppare relazioni interpersonali che facilitino la costruzione e la crescita di una cultura di pace, una cultura dei rapporti. Si tratta di educare alle relazioni, ad una comunicazione reale e significativa, che sia un “comunicarsi all’altro come persona”: nasce una pedagogia del conflitto, in cui esso non è più momento in cui l’individuo esprime il suo potere di vincere sull’altro, non è più violenza e sopraffazione, ma diviene realmente occasione di confronto e di crescita personale e relazionale. Si parla così di pedagogia della presenza: imparare a stare con se stessi, e con chi è altro da sè, imparare ad ascoltare e ad essere presenti in autenticità, vivere ed esprimere le proprie emozioni per porsi davanti all’altro veramente come persona; queste sono condizioni essenziali per permettere all’altro di essere a sua volta individuo e di vivere insieme una relazione libera e responsabile.       

Sulla base delle intuizioni di Carl Rogers, uno dei maggiori esponenti della psicologia umanistica, l’educazione è un processo fondamentale autogestito, sicché lo scopo primario di un sistema educativo è quello di aiutare l’individuo a comprendersi e ad essere se stesso, cioè ad educarsi. Il ruolo dell’educatore diventa quello del “facilitatore”: egli crea il clima e le condizioni relazionali che favoriscono il processo di crescita: l’interesse così si centra sulla persona, e non più sulla metodologia e sulla didattica.

Fondamentali nella relazione pedagogica- che è principalmente una relazione d’aiuto- sono tre atteggiamenti che fanno riferimento non a tecniche, ma ad un modo d’essere: la comprensione empatica per l’altro, la considerazione positiva incondizionata e la propria congruenza (autenticità), uniti questi tre elementi alla percezione che il soggetto ricevente ne ha.

L’apprendimento acquista la forma di un processo che ha molto più a che fare con le modalità di comunicazione che con i suoi contenuti, per cui si deve parlare soprattutto di un apprendere ad essere. Le due parti sono spinte a creare un clima di collaborazione per una situazione creativa del conflitto, sì da uscirne entrambe rafforzate: infatti, una relazione paritaria, che vada al di là sia della logica dell’imposizione, che di quella del permissivismo, è una relazione reciproca, in cui i risentimenti, che pur ci sono, sono risolti attraverso una via democratica: il processo consente di mettersi a contatto per risolvere la situazione esprimendo i bisogni delle due parti.

Il Convegno ha visto il coinvolgimento continuo dei partecipanti con ampie discussioni assembleari, uso di role- play, laboratori a coppie e in piccoli gruppi, esercizi guidati- che hanno consentito una migliore comprensione anche delle problematiche emerse nel corso del Convegno - ma ha determinato, altresì, un notevole interesse a ripetere esperienze del genere, approfondendo ulteriori aspetti della metodologia introdotta in questo Convegno dal dott. Dazzi.

 Il Convegno, che si è svolto nei giorni indicati all’inizio, secondo l’orario previsto, dalle ore 9 alle ore 12.30 e dalle ore 15 alle ore 18.30, ha avuto entusiastici giudizi dai partecipanti in ispecie per l’aspetto dialogico delle relazioni ed il loro contenuto ricco di spunti di concretezza.

 

  Nota: le relazioni riportate contengono solo la parte relativa agli elementi principali esposti, e non hanno potuto tener conto della presentazione effettiva, corredata com’è stata da casi di studio, elementi grafici, chiarificazioni ed altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Associazione Coordinamento Solidarietà e Cooperazione

Vico Piantanova 17/19 - Salerno

Tel 089 250902