PROGRAMMAZIONE
DEI LABORATORI
Ø IL RUOLO DEL FORMATORE
In
alcuni incontri preliminari abbiamo discusso e riflettuto sul nostro ruolo di
formatori.
Si
è convenuto sull’importanza di esplicitare sin dall'inizio del percorso quale sarebbe
stato il nostro “viaggio”, sia dal punto di vista
delle metodologie adottate che da quello più ideologico alla base della nostra
“autobiografia” di formatori. Il conduttore non è la persona che “fornisce le
risposte su ….” che “sa tutto
e dispensa sicurezze”, ma al contrario è
proprio colui che “rende complesso”
creando e facilitando quelle occasioni di riflessione che nascono
durante il percorso formativo del gruppo …. giocando e
mettendosi in gioco.
Il
conduttore aiuta a ragionare intorno a un tema, a
trovare delle strade e delle possibili risposte, nel nostro caso specifico
uscendo dalla logica "gli altri hanno dei pregiudizi, io devo lavorare
sugli altri" ma con l'intento di fare un cammino insieme in quanto sono meccanismi che appartengono a tutti
.
Ø FORMAZIONE DEI GRUPPI
Nella
formazione dei gruppi è stato usato il criterio dell'eterogeneità (età,
professione, sesso, background …), per poter meglio
lavorare sui pregiudizi - ad esempio generazionali - e confrontare più punti di
vista. Anche questa scelta - legata all'argomento che
si andava ad esplorare - è stata chiaramente esplicitata all'inizio del corso.
Ø IL PERCORSO
Si
è scelto di seguire un criterio logico- sequenziale, dall'io al mondo:

Il
passaggio successivo - a livello progettuale - è stato quello di trasformare
queste tappe in un ragionamento, definendo lo scenario e la trama
del nostro cammino.
Per
la costruzione delle agende dei singoli incontri siamo dunque partiti dalla
necessità di RICONOSCERE
In
questa parte del percorso formativo abbiamo scelto una serie di
attività in cui poter utilizzare lo strumento narrativo ed
autobiografico come “specchio nel nostro essere sociale oltre che
individuale” (D.Demetrio).
Sin
dal primo incontro si è cercato di facilitare il momento, sempre un po’
delicato, della conoscenza iniziale ricorrendo allo stratagemma del
“raccontarsi”.
Siamo
partiti dalla lettura di un breve testo di U. Eco.
………Approdarono
poi ad una sesta isola dove tutti parlavano incessantemente tra loro, l’uno
raccontando all’altro quello che egli voleva che l’altro fosse o facesse, e
viceversa. Quegli isolani potevano vivere solo se erano raccontati; e quando un
trasgressore raccontava degli altri storie spiacevoli,
obbligandoli a viverle, gli altri non raccontavano più nulla di lui, e così lui
moriva. Ma il loro problema era di inventare per ciascuno una storia diversa: infatti se tutti avessero avuto la stessa storia, non si sarebbe più potuto
distinguerli fra loro, perché ciascuno di noi è quello che le sue vicende hanno
creato………
Quindi
i partecipanti, a coppie, in un setting
caratterizzato da un'atmosfera fortemente emotiva ed
evocativa, hanno vissuto un'esperienza di narrazione.
A partire dalla semplice esposizione del perché sono qui ci
si è raccontati reciprocamente un pezzo della propria storia: persone, incontri,
emozioni…

Si è riflettuto sul fatto che conoscere gli altri significa conoscere meglio se stessi e viceversa; occorre
esplorare la differenza per rinnovare la propria identità. L'incontro
interculturale investe anche l'area delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti
e questo significa decentramento, mettersi nei panni dell'altro, assumere il
punto di vista dell'altro.
Il
tema dell'IDENTITÀ è stato introdotto con un'attività apparentemente semplice: mi
chiamo… perché…
Ciascuno
racconta la storia personale e sociale che è dietro il proprio nome;
cominciano ad emergere elementi comuni alla nostra cultura, come, per esempio,
" 'a puntella"che in dialetto campano
significa legare, puntellare il nome del nipote a quello dei nonni (
soprattutto quelli paterni!!).
Nel dopogioco il
conduttore fa emergere che anche dietro il nome c'è un elemento culturale
importante, l'aggancio con i propri antenati che ritroviamo anche in altre
culture.
Pensiamo
al valore del nome in altre parti del mondo …

Con
l'albero genealogico si è continuato a riflettere sulle proprie
radici.
La
“lettura” agli altri del proprio albero è stata caratterizzata da momenti di
forte emozione, si racconta dei propri "frutti", dei
"fiori", con la gioia e l'entusiasmo che essi rappresentano, ma anche
di quei "rami secchi", con tutto il loro carico di sofferenza.
Attività,
anche apparentemente molto semplici, che vanno a toccare una sfera molto profonda sono estremamente delicate da gestire. Il conduttore in questi momenti sperimenta
quanto sia difficile ed importante dare il giusto
spazio a tutti i racconti, controllare le proprie emozioni ed aiutare il gruppo
a vivere anche i momenti “forti” come una risorsa, un ritrovarsi.

Negli
incontri successivi, si è cominciato a ragionare sul concetto di “cultura”,
anche grazie a spunti teorici ricavati da studiosi quali Jerome
Bruner e Clifford Geertz.
Si
è riflettuto sulla dimensione simbolica della cultura quale insieme di
significati che gli uomini danno ai gesti, alle abitudini, al tempo, allo
spazio. Ci si è soffermati anche sulla dimensione della variabilità e della
particolarità della cultura intesa come ciò che “fornisce il legame tra
quello che gli uomini sono intrinsecamente capaci di diventare e ciò che in effetti sono divenuti, uno ad uno. Diventare
umani è diventare individui, e noi lo diventiamo sotto la guida di
modelli culturali, sistemi di significato creati storicamente, nei cui termini
noi diamo forma, ordine, scopo alla nostra vita” (C.Geertz).
Partendo poi dagli elementi comuni e di
differenza che esistono anche all'interno di una stessa cultura è stato
introdotto il concetto di “differenziazione”.
Si
è deciso di affrontare queste tematiche lavorando con
il metodo comparativo sulle feste (laiche e religiose), ricercando il valore,
il significato che c'è dietro ad esse: si è chiesto ai corsisti di portare una
fotografia relativa ad una ricorrenza significativa. Nell'incontro successivo,
suddivisi in piccoli gruppi, ciascuno
ha descritto brevemente agli
altri la situazione rappresentata, rievocando le modalità di festeggiamento, il
modo di vestire, di mangiare… e individuando le norme che erano alla base di
quei comportamenti.
L'assunto
teorico è che la storia personale di ciascuno è culturale e che l'individuo non
può essere scisso dal suo gruppo, dal quale assorbe valori e significati. Ciascuno di noi fa parte della storia
collettiva, quello che gli accade è anche un riflesso di quello che accade
fuori.
Ogni
cultura elabora modalità di relazione che hanno un
significato, per es. come si alleva un bambino, come ci si sposa, quali nomi
dare ai propri figli...
La
nascita, il matrimonio, la morte sono momenti
importanti per ciascuno di noi su cui si può agganciare una riflessione
interculturale, andando ad individuare sia gli elementi che ci differenziano ma
anche quelli che ci uniscono.
Emerge
così che la cultura è elemento di differenziazione e non di diversità: esigenze
comuni sono espresse con modalità diverse, perché diverse sono le condizioni
temporali, geografiche, storiche in cui si sono evolute.
La
diversità (anche etimologicamente di-vergere
= allontanarsi), considerata come un elemento che assolutizza
le differenze, rappresenta un blocco che sottolinea
solo gli elementi divergenti facendo perdere ciò che unisce. L’obiettivo invece
è quello di ricreare la consapevolezza di quei legami che pure esistono, di
quel tronco comune che potrebbe essere la nostra “natura biologica” e da cui
poi ogni gruppo si è differenziato costruendo il
proprio universo simbolico “culturale”.
Si
riflette anche sulla necessità di differenziare, di salvaguardare la propria
identità altrimenti confondiamo, tutto diventa uguale (uniformizzazione,
globalizzazione), “se vogliamo scoprire in cosa
consiste l’uomo possiamo
trovarlo solo in ciò che sono gli uomini: e questi sono
soprattutto differenti” (C. Geertz).
Ripescare
e valorizzare le proprie radici significa permettere anche all'altro di
farlo, altrimenti siamo espropriati entrambi della nostra cultura: intercultura
è rispettare il significato che è dietro un comportamento, infatti
è quando si attribuiscono significati diversi allo stesso gesto che nasce l’incomprensione.
Con
l'attività QUANDO MI SONO SENTITO DIVERSO… si invitano i partecipanti al corso a ricordare e poi a descrivere un
episodio, una circostanza in cui ci si è sentiti diversi. In sottogruppi
ci si racconta il vissuto emotivo. Esce fuori come alcuni elementi di
differenziazione possono essere assolutizzati, stigmatizzati : tu sei …

Emerge
anche che alcuni modelli sono così interiorizzati che ci sembrano naturali e ce
ne rendiamo conto solo in particolari situazioni, per esempio
quando andiamo in un altro Paese .
L'esistenza
di questi modelli crea degli stereotipi.
Lo stereotipo è un modello naturale che ci permette di orientarci nella vita
facendoci attivare comportamenti diversi a seconda del
contesto in cui ci si trova o compiere alcuni atti piuttosto che altri.
Si decide di lavorare sullo stereotipo dei ruoli
sessuali . A
questo scopo vengono esposte una serie di immagini di
animali e i partecipanti devono sceglierne due da attribuire rispettivamente al
cartello UOMO e DONNA, senza riflettere troppo e senza parlare.
In
seguito si fa un giro in cui ciascuno motiva le
proprie scelte, mentre il conduttore trascrive le parole-chiave sui rispettivi
cartelloni.
Nella terza fase vengono
discusse le seguenti domande :
o Come
uomo/ donna, mi riconosco nel profilo che è emerso?
o Conosco molti uomini o donne che si comportano
così?


A partire dalle
definizioni scritte sui cartelloni (lo schema riportato in precedenza riproduce
quelli prodotti da uno dei gruppi di lavoro) si sono avute animate discussione
ed è stato lampante come ognuno di noi, anche inconsapevolmente, ha
interiorizzato dei valori che non sono assoluti ma relativi. E’ bastato infatti ricorrere ad un semplice gioco (e per rendersi
conto che l’attività è stata vissuta come un gioco sarebbe bastato vedere
uomini e donne adulti seduti per terra a guardare e a contendersi delle “figurine”
di animali), a un piccolissimo stratagemma, per far emergere quegli
”stereotipi” che probabilmente in un contesto più razionale non sarebbero stati
espressi così chiaramente.
Si procede
poi ad analizzare i passaggi che conducono al pregiudizio e da qui
all'intolleranza.
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In
sintesi lo stereotipo è un modello di comportamento con un significato; si dà un
giudizio in base alla propria cultura, quindi si generalizza. Tutti abbiamo bisogno dell'esperienza di generalizzare: è un
meccanismo di economia mentale.

Il
pre-giudizio comporta però, il rischio di chiudere la persona in una casella
elaborata in precedenza e induce a non differenziare, ad accettare tutto o niente. E' proprio
qui che nasce l'intolleranza e fin
quando ognuno si fa portatore di un'idea assoluta, il conflitto interculturale
è inevitabile quindi, utilizzando un’espressione di S. Latouche,
c’è bisogno di fare un grande lavoro di
“decolonizzazione del nostro immaginario”.
Si
gioca con i propri pregiudizi proponendo il role-play IN GITA CON I
PREGIUDIZI: ad alcuni elementi del gruppo viene attribuito, a loro
insaputa, un ruolo e gli altri dovranno
comportarsi e stabilire relazioni attenendosi alle indicazioni: è una zingara, è una professoressa, è nero e
puzza…
Nel dopo-gioco si esprimono le sensazioni provate :
- Quando
ho capito che mi era stato attribuito un ruolo (e quale) mi sono
sentito alleggerito? deluso?
- Ho
modificato il mio comportamento? Mi ci sono adeguato? Ho reagito?
- Ho
cercato alleanze nel gruppo?
Si
sintetizzano su cartellone le osservazioni riguardo ai pregiudizi e agli
stereotipi.
Emergono
molti spunti problematici…:
Da dove partire per scalfire il pregiudizio? Da dove mi arriva questo stereotipo?
In
caso di pregiudizio che cosa fare?
…
ed alcune possibili risposte
§
accettare e relativizzare la propria cultura
vedendola come una tra le tante visioni della realtà,
“una credenza” (S. Latouche) alla stessa stregua delle altre
§
distinguere la persona dalla cultura
§
ritrovare legami tra ciò che ci accomuna
(ritrovare il tronco comune)
§
attivare una conoscenza più diretta della situazione, delle
persone…
§
attivare un linguaggio più contestuale (non assolutizzare)
Sulla base di tutte le riflessioni fatte si è deciso di
approfondire maggiormente il tema di un vero e proprio conflitto interculturale
nel senso di incontro/scontro fra “universi simbolici” marcatamente differenti.
Dedichiamo un intero incontro a Baffa
-Baffa, classico gioco di ruolo per sperimentare l'incontro
tra culture diverse, per scoprire comportamenti e sentimenti e tastare la
percezione che si ha dell'altro.
Due gruppi simulano due
culture con diverse regole di comportamento. Ci si scambia brevi visite durante
le quali gli ospiti devono cercare di raccogliere il massimo delle informazioni
sui valori, i costumi, il funzionamento dell'altra cultura
Finito
il tempo ogni gruppo prova a individuare le regole di
comportamento dell'altro; infine ogni "cultura " si svela.
Le
riflessioni che scaturiscono nel dopogioco sono
veramente illuminanti. Giocando si “sono
interiorizzati” i meccanismi che reggono la propria cultura e nel momento in
cui si è incontrato qualcuno che “parlava un’altra lingua e si comportava in
maniera diversaӏ stato estremamente difficile, a volte impossibile,
prescindere dall’interpretare ogni modalità comunicativa alla luce solo delle
proprie regole e della propria “lingua”.
Ci
si sofferma sul fatto che le modalità con cui si affronta il tema della
differenza sono sostanzialmente o CANCELLARE/ELIMINARE (dal brutale genocidio
alla più apparentemente indolore omologazione del mondo globalizzato)
oppure INNALZARE L’ALTRO ALLA DIGNITÀ DI ESSERE UMANO partendo sempre però, dal
sé come parametro della dignità (e a tal proposito basti pensare
all’emancipazione delle donne, degli schiavi, degli immigrati).
Si
ragiona sul fatto che stiamo vivendo una situazione di transizione,
l’incontro/scontro con uomini e donne di altre culture
ormai fa parte della realtà di tutti noi e tutti siamo protagonisti di questo
momento storico. Probabilmente più che al concetto di tolleranza si dovrà fare ricorso sempre di più a quello di alterità
accettando e riconoscendo il nostro “Pluriverso”
culturale di essere umani.
Abbiamo voluto concludere il nostro percorso formativo dando dei brevi
spunti di riflessione sulla possibilità di affrontare il CONFLITTO come
strumento di crescita per raggiungere una coscienza “interculturale” piuttosto
che come mezzo per “assolutizzare le differenze”.
Con l'attività PAURA NEL CAPPELLO i partecipanti sono stati sollecitati a riconoscere
il conflitto e ad analizzare le proprie reazioni di fronte ad esso.
Tutti compilano nel tempo
di circa 5 minuti un foglietto su cui è scritto: IO DI FRONTE AL CONFLITTO HO PAURA
DI …e lo mettono in un cappello in mezzo al cerchio. Poi ognuno pesca un
biglietto e lo legge ad alta voce. Il conduttore verifica che nessuno faccia commenti o che si esprimano giudizi.
DOPOGIOCO :
Ti sei identificato con la
paura che hai letto?
Quali sono le paure più
comuni?
E le reazioni ?
Con
la modalità del “Q- SORT” si sperimenta la negoziazione in un conflitto.
Il corso si chiude
con la compilazione di un questionario di verifica e con calorosi saluti
finali:
si
distribuiscono biglietti da visita e si chiede di scrivere una frase di
saluto/augurio. Dopo che sono stati consegnati, il conduttore li mescola e li
ridistribuisce a caso.
In circolo, ciascuno legge il proprio biglietto e lo conserva come
"dono".
Ø
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|
|
Mi aspettavo . . .
MI ASPETTAVO
una teoria,una metodologia scientifica, HO
TROVATO una prassi percorribile e
condivisibile a livello personale e collettivo Ero pronto a
tutto- HO
TROVATO …tutto…ma in particolare la
possibilità di crescere, formarsi e formare in maniera ludica MI ASPETTAVO di sapere tutto, HO TROVATO nuovi stimoli, molti vuoti da parte mia MI ASPETTAVO
il "solito" corso di aggiornamento, HO
TROVATO competenza e metodi innovativi MI ASPETTAVO
di dover lavorare d'intelletto, per "produrre" dei risultati, HO
TROVATO dei compagni di viaggio con cui ho fatto un coinvolgente cammino
interiore |
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Ho trovato . . .Tanti spunti
per riflettere, approfondire, crescere La
possibilità di conoscere ed avvicinarmi a nuove problematiche Apertura,
disponibilità,competenze ed empatia Metodi,emozioni Persone che
ricercano e che cercano di guardare molto in se stesse Disponibilità,sensibilità,simpatia,dolcezza,preparazione,discrezione Simpatia,
disponibilità, rispetto Un buon metodo di
conduzione |
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|
Mi è piaciuto. . . confrontarmi - il metodo di lavoro e le
relazioni-le dinamiche dei laboratori-arrivare qui e pensare " chissà
cosa si combina oggi" con curiosità e gioia-l'incontro
interattivo con i componenti del gruppo di lavoro-scoprire cose di
me-mettermi a confronto con chi è diverso da me-sperimentare ciò che nasceva
dai semi-la voglia di partecipare e l'entusiasmo di tutti-l'ambiente
piacevole che si è creato - il modo di porre le problematiche- la circolarità
della comunicazione-la strutturazione dei laboratori-le plenarie e le tecniche
utilizzate nei gruppi,un po’ tutto- conoscere altri e scoprire come siamo
"vicini" pur così diversi-la familiarità,la professionalità-il
clima di amicizia e di condivisione. |
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Mi porto a casa … tanta voglia di cambiare
- un arricchimento didattico, umano, educativo- tutte le tecniche apprese-un bel po’ di spunti su cui riflettere;grazie!- la strategia lillipuziana -tanto da pensare-i
volti e gli sguardi di quanti ho incontrato in questa esperienza-un
sacchetto pieno di esperienze belle e … di foglietti utili per la mia
professione-idee e ricordi-la voglia di relativizzare le posizioni per
incontrare gli altri- una busta di carte, interessanti devo dire-la gioia di
aver trovato persone che hanno voglia di crescere -parecchie cose su cui riflettere
e amicizie da coltivare- la voglia di continuare esperienze di confronto come
questa-una buona carica anche professionale-un
bagaglio che mi servirà per continuare a lottare contro le ingiustizie-una prospettiva di guardare alle cose,
positiva, per il modo in cui si è articolato il percorso-bisogno di
approfondire alcune tematiche-un carico di volti e
di storie che ricorderò a lungo. |
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Dubbi, perplessità… da dove inizio a
cambiare?-servirà a qualcosa per la mia
vita professionale? quasi sicuramente no; servirà a
qualcosa per la mia vita privata? quasi sicuramente
si- ce la farò a realizzare quanto ho sperimentato?- è finita?- riuscirò a
trasmettere quanto sono riuscito ad apprendere sulla mia pelle?- ma come si
risolve un conflitto?-conflitto, giustizia, pace: come riuscire ad impegnarsi
concretamente?-avrei voluto qualche incontro in più- il timore di non
riuscire a trovare il tempo per approfondire personalmente i temi trattati
-forse sono troppi e lo spazio a disposizione è poco…-potrò ancora godere di
esperienze simili a questa ?
Propositi… Continuare, mettere a
disposizione degli altri la mia esperienza, chiedendo aiuto alle esperte- -
riuscire a far entrare negli asettici uffici nei quali lavoro quello che
finora ho acquisito -aggancio con il gruppo,
formazione permanente ed apertura all'altro,grazie di tutto!-continuare ad
educarsi alla pace e all'accoglienza-al prossimo
laboratorio voglio esserci di nuovo-cercherò di approfondire alcuni argomenti
che più mi interessano- leggere più libri su queste tematiche -spero che
quello che si è detto resti ben radicato in noi, facendoci riflettere su
situazioni a noi molto vicine e mai prese in considerazione- costruire reti
di gruppo e persone per continuare ad approfondire i temi del corso e
realizzare concretamente alcuni obiettivi-imparare sempre più a guardare con
serenità gli altri nelle loro diversità e me stessa nei miei limiti-conoscere
di più me stessa per conoscere gli altri-cercherò
di migliorare il mio livello di relazionalità. |
I 4 laboratori sono stati condotti da:
Maria
Rosanna Vitola
